Alfieri, come abbiamo salvato il Papa. Parla il medico del Gemelli

Alfieri, come abbiamo salvato il Papa. Parla il medico del Gemelli

Alfieri, come abbiamo salvato il Papa. Parla il medico del Gemelli Photo Credit: fotogramma


Il capo dell'equipe medica che ha salvato Bergoglio, Professor Sergio Alfieri, racconta i difficili momenti clinici del ricovero. Dalla prima crisi respiratoria, alla scelta di giocarsi il tutto per tutto per salvarlo.

'Francesco poteva morire, ma non abbiamo mollato', racconta il capo dell’equipe medica del policlinico Agostino Gemelli di Roma, prof Sergio Alfieri, che ha avuto in cura Bergoglio.

IL MOMENTO PIU' DRAMMATICO

Il lungo ricovero, dal 14 febbraio alla domenica 23 marzo, durante il quale sono stati vissuti momenti drammatici e di grande apprensione. "E' brutto". Sono le parole di Papa Francesco riportate dal medico in una intervista al Corriere della Sera. Quello è stato "il momento peggiore", dice il dottore: "Per la prima volta ho visto le lacrime agli occhi ad alcune persone che stavano intorno a lui. Eravamo tutti consapevoli che la situazione si era ulteriormente aggravata e c'era il rischio che protesse non farcela". Nelle settimane precedenti al ricovero, il Santo Padre aveva rifiutato di andare in ospedale, solo venerdì 14 febbraio si era convinto che era necessario per risolvere una bronchite che gli aveva impedito di recitare la letture nelle ultime settimane. Nelle ultime settimane il quadro è peggiorato, fino alla polmonite bilaterale che si è inserita in un quadro clinico complesso di un fisico debilitato di un uomo di 88 anni.

SEMPRE VIGILE

'Sempre vigile, decideva lui. Ha la testa di un cinquantenne' ha detto il medico.  "Decide sempre il Santo Padre", racconta. Allo staff il Papa ha detto: "Provate tutto, non molliamo. È quello che pensavamo anche tutti noi. E nessuno ha mollato".  Francesco "è stato sempre vigile. Quella sera è stata terribile, sapeva, come noi, che poteva non superare la notte. Lui però sin dal primo giorno ci ha chiesto di dirgli la verità e ha voluto che raccontassimo la verità sulle sue condizioni. Nulla è mai stato modificato oppure omesso".   "Per giorni abbiamo rischiato danni ai reni e al midollo ma siamo andati avanti, poi l'organismo ha risposto alle cure e l'infezione polmonare si è attenuata". Poi l'altra crisi: "È stato terribile, abbiamo pensato davvero di non farcela. Lui si è sempre reso conto di tutto ma credo che la sua consapevolezza sia stata anche il motivo che invece lo ha tenuto in vita".   "Lui ha il fisico affaticato, ma la testa è quella di un cinquantenne. L'ha dimostrato anche nell'ultima settimana di degenza. Appena ha cominciato a sentirsi meglio ha chiesto di andare in giro per il reparto. E poi c'è stata la sera della pizza: ha dato i soldi a uno dei collaboratori e ha offerto la pizza a chi lo aveva assistito quel giorno. È stato un miglioramento continuo e ho capito che aveva deciso di tornare a Santa Marta quando, una mattina, mi ha detto: "Sono ancora vivo, quando torniamo a casa?"




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