Festa del Cinema di Roma 2025, Anna di Monica Guerritore: trama e recensione del film

Festa del Cinema di Roma 2025, Anna di Monica Guerritore: trama e recensione del film

Festa del Cinema di Roma 2025, Anna di Monica Guerritore: trama e recensione del film


Non un biopic, né un omaggio patinato: è una lettera d’amore confusa e appassionata. Forse troppo ambiziosa, certo imperfetta, ma piena di gratitudine

Roma, notte del 21 marzo 1956. Mentre Hollywood si illumina per l’Oscar, Anna Magnani non dorme: vaga per la città come un’ombra luminosa, un fantasma che non ha voglia di riposare.

Sta per diventare la prima attrice non anglofona a vincere la statuetta, ma la gloria non le basta. Le serve Roma, la sua Roma.

Da questo spunto parte Monica Guerritore, che scrive, dirige e interpreta Anna, presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma. Più che un film, un sogno a occhi aperti dove la Magnani torna a parlare, a piangere, a ridere, a urlare. E a rimproverarci tutti, come solo lei sapeva fare.

ANNA, LA TRAMA

Il film si apre come un delirio poetico: Magnani attraversa una Roma notturna e spettrale, popolata da ricordi, rimpianti e incontri impossibili. Le appare una prostituta dai capelli rossi (Tania Bambaci), che è forse una nemesi, forse un riflesso distorto, forse solo la coscienza che non tace.

Poi arrivano gli altri: Rossellini (Tommaso Ragno), amato e odiato; Carlo Levi, Moravia, Fellini, Suso Cecchi D’Amico… un’intera tavolata di spiriti illustri che si contendono la scena come in una seduta spiritica.

ANNA, LA RECENSIONE

La Guerritore costruisce un piccolo diario di memorie, un teatro d’anime perdute. Ma, tra ralenti e dissolvenze da cartolina d’epoca, il film rischia di trasformarsi in un album dei ricordi troppo ordinato. I dialoghi suonano come massime da antologia (“la vita è un palcoscenico”, “l’amore è un urlo”), e la regia, più che respirare, recita.

C’è il segno del palcoscenico ovunque: non stupisce, perché Anna nasce da anni di spettacoli e letture che Guerritore ha dedicato alla Magnani. Ma quello che in teatro era intensità, sullo schermo diventa rigore, compostezza, quasi un rito.

L’effetto è a volte da museo: si ammira la statua, ma non si sente il battito. Eppure, dentro tutto questo, si avverte un sentimento autentico. Guerritore affronta Magnani non come un monumento, ma come una sorella d’anima: una donna ferita e feroce, capace di divorare la vita e di restare sola dopo ogni applauso.

Il film parla allora di questo: del bisogno di essere visti, del prezzo della libertà, del coraggio di restare veri in un mondo che finge. Alla fine, Anna non è un biopic, né un omaggio patinato: è una lettera d’amore confusa e appassionata. Forse troppo ambiziosa, certo imperfetta, ma piena di gratitudine.

E quando Guerritore osa rifare la scena della morte di Pina in Roma città aperta, il rischio diventa atto di devozione: un modo per dire che il mito di Magnani non si ripete, ma si evoca.

Provare a mettere in scena Anna Magnani è come voler rifare la Cappella Sistina con i pastelli a cera. È un gesto folle, quasi sacrilego. Interpretandola si rischia di essere divorati, inghiottiti dal suo stesso fuoco. Eppure Monica Guerritore ci ha provato, con la fede di chi sa che l’impossibile è anche l’unica cosa degna di essere tentata.

Un film che inciampa, ma lo fa con grazia. 


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