Festa del Cinema di Roma 2025, Il Falsario di Stefano Lodovichi: trama, cast e recensione del film

Festa del Cinema di Roma 2025, Il Falsario di Stefano Lodovichi: trama, cast e recensione del film

Festa del Cinema di Roma 2025, Il Falsario di Stefano Lodovichi: trama, cast e recensione del film Photo Credit: Fondazione Cinema per Roma


La pellicola che vede nel cast Pietro Castellitto, Giulia Michelini, Aurora Giovinazzo, Edoardo Pesce, Claudio Santamaria

Dal caso Moro all’omicidio Pecorelli, passando per i legami oscuri con la Banda della Magliana, Antonio Chichiarelli ha attraversato alcune delle pagine più buie e indecifrabili della storia d’Italia.

Mai sotto i riflettori, più comparsa che protagonista, è stato una figura elusiva, una meteora che compariva per confondere le acque e poi spariva nell’ombra.

Ora, nel 2025, quel fantasma torna al centro della scena: Chichiarelli è infatti il protagonista de Il falsario, film prodotto da Netflix e presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma.

IL FALSARIO, LA TRAMA

La pellicola che vede nel cast Pietro Castellitto, Giulia Michelini, Aurora Giovinazzo, Edoardo Pesce, Claudio Santamaria, racconta un’Italia segnata da trame oscure, complotti e ambiguità, offrendo una visione del tutto inedita. Liberamente ispirato alla figura reale di Antonio Chichiarelli – noto anche come Toni della Duchessa – il film ricostruisce il percorso di un artista e falsario che si muove nell’ombra della Roma degli anni ’70 e ’80. Un personaggio enigmatico, al confine tra cronaca e leggenda, capace di lasciare tracce indelebili nei momenti più oscuri della storia recente italiana.

IL FALSARIO, LA RECENSIONE

Il film si apre con una dichiarazione d’intenti: “Questa è una delle possibili storie.”

Una premessa che suona quasi come un mettere le mani avanti, come a dire che quella che vedremo non è la vera storia di Chichiarelli. Anche perché, a ben vedere, una “vera” storia forse neanche esiste. Quel che il film propone è una ricostruzione romanzata, a tratti affascinante, a tratti sfilacciata, che si regge quasi interamente sulla presenza scenica e sull’interpretazione magnetica di Pietro Castellitto.

Lodovichi si affida anima e corpo al suo protagonista. E, se da una parte questa scelta garantisce un film sempre vivo e vibrante, dall’altra comporta anche qualche squilibrio. Le intuizioni registiche non mancano, ma sembrano spesso sacrificate sull’altare del personaggio principale. Il risultato è un’opera che intrattiene, scorre bene, ma perde per strada una visione più ampia del contesto che vuole raccontare.

Roma, comunque, emerge con forza. Una Roma anni ’70 sporca, decadente, politicamente febbrile, in cui tutto e il contrario di tutto sembra possibile. Il cinema italiano sembra vivere una vera e propria ossessione per il Caso Moro. Anche Il falsario non sfugge a questa attrazione. Buongiorno notte, Esterno notte, Berlinguer – La grande ambizione... È come se il nostro cinema sentisse il bisogno di tornare sempre lì, a quel buco nero della storia repubblicana, come se riannodare i fili del sequestro Moro fosse un modo per capire, o forse solo intuire, come siamo arrivati al caos politico e culturale di oggi.

Castellitto si mangia la scena dall’inizio alla fine. Con il suo volto irrequieto, il corpo nervoso, il carisma disordinato, dà vita a un Chichiarelli che non si dimentica facilmente. Ma il confine tra etica ed estetica resta sottilissimo. Il falsario vince troppo, affascina troppo, viene eccessivamente glorificato. Il rischio di emulazione è alto. E forse certi personaggi non si meritano una mitologia così seducente. Come spesso accade con le produzioni Netflix, ci si chiede se il formato scelto sia quello giusto.

Il falsario aveva il respiro e il materiale per essere una serie. Non solo per la quantità di eventi e personaggi coinvolti, ma anche perché alcuni passaggi narrativi avrebbero meritato più spazio, più tempo, più respiro. Resta impressa, tuttavia, un’immagine potente e costruita con grande intelligenza visiva: un brigatista rosso, un componente della Banda della Magliana e un prete che giocano a calcio insieme.

Un istante che riesce a sintetizzare con forza la confusione, l’ambiguità e il paradosso dell’Italia anni ’70. Forse, proprio come quella partita, tutto si stava già giocando sullo stesso campo.



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