Festa del Cinema di Roma 2025, Rental Family - Nelle Vite degli Altri: trama e recensione del film con Brendan Fraser

Festa del Cinema di Roma 2025, Rental Family - Nelle Vite degli Altri: trama e recensione del film con Brendan Fraser

Festa del Cinema di Roma 2025, Rental Family - Nelle Vite degli Altri: trama e recensione del film con Brendan Fraser Photo Credit: Ufficio Stampa Disney


Una carezza dolce e costante, un gesto delicato che accompagna lo spettatore dall’inizio alla fine. Hikari firma una commedia agrodolce perfettamente confezionata

Dopo l’Oscar conquistato nel 2023 per The Whale, Brendan Fraser non ha vissuto il rinascimento artistico che molti si aspettavano.

Al di là di una comparsa marginale in Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese, l’attore è rimasto ai margini della scena, quasi rintanato in soffitta, in attesa di un ruolo capace di restituirgli centralità.

Del resto, non per tutti la vittoria dell’Oscar rappresenta un trampolino di rilancio: per molti attori è un punto d’arrivo più che di ripartenza, se non addirittura un ostacolo, capace di cristallizzare un’immagine difficile da superare.

Ora Fraser riappare a sorpresa alla Festa del Cinema di Roma con Rental Family, presentato nella sezione non competitiva Grand Public.

RENTAL FAMILY, LA TRAMA

Ambientato nella Tokyo dei giorni nostri, Rental Family - Nelle Vite degli Altri segue le vicende di un attore americano (Brendan Fraser) che fatica a trovare uno scopo nella vita fino a quando non ottiene un lavoro insolito: lavorare per un’agenzia giapponese di “famiglie a noleggio”, dove interpreta ruoli diversi per persone sconosciute. Man mano che si immerge nel mondo dei suoi clienti, inizia a stringere legami autentici che confondono i confini tra performance e realtà.

Affrontando le complessità morali del suo lavoro, ritrova uno scopo e un senso di appartenenza scoprendo la bellezza dei legami umani.

RENTAL FAMILY, LA RECENSIONE

Una carezza dolce e costante, un gesto delicato che accompagna lo spettatore dall’inizio alla fine. La regista giapponese Hikari firma una commedia agrodolce perfettamente confezionata, capace di far dialogare due sguardi, quello occidentale e quello orientale, con sorprendente armonia.

L’effetto è quello di un ponte narrativo che unisce due mondi, due modi di sentire, due estetiche.

E in questa fusione, Hikari sembra raccogliere l’eredità di cineaste come Celine Song e Chloé Zhao, che hanno già tracciato un sentiero sensibile e composito tra le culture. Brendan Fraser, protagonista e produttore, abita il film con grazia.

Il suo personaggio, un attore americano che cerca un ruolo in Giappone è, in modo quasi meta testuale, uno specchio della sua stessa traiettoria professionale. Fraser interpreta un uomo che osserva, che ascolta, che accoglie, e lo fa senza mai strafare, con misura e tenerezza. La sua maschera attoriale non è più quella dell’eroe d’azione, del maschio alfa muscolare, ma quella di un uomo che ha fatto pace con la propria vulnerabilità. Un maschio gentile che non teme di mettere in scena il cuore e i sentimenti, e proprio per questo conquista.

La regia di Hikari è precisa, la scrittura calibrata, la narrazione puntuale. Nessun momento superfluo, nessuna sbavatura. Ogni scena sembra costruita per comunicare qualcosa di essenziale, con una sintesi rara che conferisce al film un ritmo sincero, mai affrettato, sempre necessario. Rental Family si muove come una danza lieve, ma profonda, capace di emozionare senza manipolare. Il film è anche una metafora sottile e riuscita sulla vita come rappresentazione, come palcoscenico o set cinematografico. Una grande recita in cui spesso indossiamo ruoli per far sentire gli altri meno soli, per offrire conforto, per cercare, o regalare, emozioni autentiche.

L’incipit del film è emblematico: Fraser osserva la vita degli altri attraverso la finestra del suo appartamento, come James Stewart ne La finestra sul cortile. Le finestre sono schermi, cornici, piccoli cinema privati. Ogni vita è una scena, ogni relazione un copione da improvvisare. Tra le maglie del racconto si insinua anche una riflessione preziosa sulla salute mentale, tema trattato con una delicatezza che colpisce. “A Tokyo è stigmatizzata”, dice un personaggio, rivelando quanto ancora sia difficile affrontare certi dolori senza sentirsi in colpa.

Il servizio di “famiglie a noleggio”, che offre relazioni simulate a chi si sente solo, diventa così una sorta di prostituzione delle emozioni, ma anche un’analogia perfetta con il cinema stesso: una macchina che crea emozioni, che permette di vivere, per pochi attimi, qualcosa di profondamente vero dentro qualcosa di completamente falso.

Rental Family è questo: un film che parla di finzione per dire la verità, che racconta la solitudine con leggerezza, che sorride mentre mette a nudo le fragilità. Un piccolo gioiello capace di toccare corde universali con mano lieve e sguardo ampio.



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