I libri da leggere della settimana, tra “Domanda numero 7”, “Skippy muore”, “Vita tra i selvaggi” e “Le stelle brillano più forte”

I libri da leggere della settimana, tra “Domanda numero 7”, “Skippy muore”, “Vita tra i selvaggi” e “Le stelle brillano più forte”

I libri da leggere della settimana, tra “Domanda numero 7”, “Skippy muore”, “Vita tra i selvaggi” e “Le stelle brillano più forte” Photo Credit: "Le stelle brillano più forte" di Rami Abou Jamous, Libreria Pienogiorno


Il nuovo giro libreria ci porta alla scoperta di novità e graditi ritorni, tra racconti dal sapore esistenziale, vite collegiali, icone della letteratura e storie dalla Striscia di Gaza

Prosegue il nostro consueto viaggio settimanale tra i libri da leggere approdati recentemente in libreria. Un itinerario che, di domenica in domenica, ci porta alla scoperta delle novità più interessanti che strizzano l’occhio dagli scaffali, e che riescono a catturare l’attenzione vuoi grazie a titoli ben calibrati, vuoi grazie a copertine adeguatamente stuzzicanti. Il tutto senza dimenticare poi le sinossi, quei brevi riassunti che hanno il compito di introdurre ai mondi narrativi di autori e autrici pur senza sfociare in facili spoiler.

E sono numerose le storie passate sotto la lente d’ingrandimento del nostro spazio domenicale, che giusto recentemente si è focalizzato su volumi come “L’invenzione del colore”, “Anima”, “L’altro ispettore: vietato pensare” e “La scomparsa di Mercy”, o ancora “Inseguimento”, “Contrattacco”, “Libro bianco” e “Il cuculo di cristallo”.

Le tradizioni ci sono per essere rispettate. E allora anche questa volta, come di consueto, sono quattro i libri a finire sotto i riflettori. Tra questi troviamo:

- "Domanda numero 7" di Richard Flanagan (La nave di Teseo)

- "Skippy muore" di Paul Murray (Einaudi)

- "Vita tra i selvaggi" di Shirley Jackson (Adelphi)

- "Le stelle brillano più forte" di Rami Abou Jamous (Libreria Pienogiorno)


DOMANDA NUMERO 7, UN RACCONTO TRA CASUALITÀ E FATALITÀ DEGLI EVENTI

Il nostro viaggio settimanale tra le pagine dei libri da leggere più interessanti di recente approdo in libreria parte con un romanzo molto interessante per la propria particolarità intrinseca. Si tratta infatti di una storia che, al pari del famigerato “The Butterfly Effect” – il film del 2004 con Ashton Kutcher ed Amy Smart – ci spinge a riflettere sul rapporto tra causa ed effetto. E di come una piccola, apparentemente insignificante decisione, possa avere un riverbero tale da risultare sconvolgente. Nel senso fisico del termine.

Le premesse alla base di "Domanda numero 7" di Richard Flanagan, pubblicato in Italia da La nave di Teseo, sono sostanzialmente basiche. Si torna infatti indietro nel tempo, a quando tra H.G. Wells (uno dei maestri della fantascienza) e Rebecca West scoccò un bacio. Una scintilla che spinse l’autore a scappare in Svizzera a scrivere un libro in cui tutto bruciava. Un elemento che, a cascata, ha dato il là a una catena di eventi che hanno caratterizzato la vita dello stesso autore del libro.

Suo padre era infatti in un campo di prigionia nei pressi di Hiroshima, cittadina giapponese passata tristemente alla storia per il bombardamento del 6 agosto 1945, che la rese la prima a essere obbiettivo di un attacco nucleare. L’ordigno, rinominato “Little Boy” e dalla potenza stimata di 15 chilotoni (l’equivalente di quindicimila tonnellate di tritolo), sarebbe potuto non esistere mai se quel bacio tra Rebecca West e H.G. Wells non si fosse mai consumato. E come la bomba così molte altre cose.

Il come e il perché è all’interno di un libro difficilmente collocabile in un preciso genere di riferimento. C’è l’elemento memoir, c’è l’elemento storico e anche un’onesta dose di fiction. Senza disdegnare poi riflessioni, che elementi come quelli trattati richiamano inevitabilmente. Un concentrato di contenuti dal potenziale esplosivo.


SKIPPY MUORE, UNA VITA IN COLLEGIO DALLE TANTE SFUMATURE

Si cambia totalmente registro narrativo con il secondo dei libri da leggere presi in esame questa settimana. Una storia che restringe il focus dell’azione a uno scenario molto più contenuto di quello citato nella lettura precedente, ma che ci ricorda come non sia necessario dar vita a folli itinerari globali per orchestrare un racconto in grado di tenere incollati alle pagine. La semplicità delle piccole cose, e soprattutto di scenari quotidiani, che sono sempre in grado di attirare come calamite.

È un po’ questo ciò che troviamo in "Skippy muore", il romanzo d’esordio di Paul Murray, pubblicato da Einaudi. Un rinfresco della memoria necessario per i più giovani, considerando il riconoscimento ottenuto recentemente dall’autore – Il Premio Strega Europeo – con “Il giorno dell’ape” (Einaudi). È un racconto che parla di adolescenza, quella che ritroviamo tra le pieghe della storia, ma lo fa con un piglio molto particolare e fuori dagli schemi.

Siamo a Dublino, al Seabrook College, dove il quattordicenne Skippy finisce esanime al suolo nel corso di una gara di mangiata di ciambelle. E le premesse erano già abbastanza chiare e definite dalla copertina del libro, tra titolo dell’opera e ciambella di “simpsoniana” memoria a fare bella mostra di sé. Quello di cui si incarica però l’autore irlandese è di descrivere la “vita da collegio” nella sua essenza. E per farlo attinge a un cast di personaggi sapientemente calibrato e in grado di dare alla storia il giusto quantitativo di sfumature.

Dagli atleti ai nerd, dagli insegnanti laici ai “tonacati”, passando per i genitori. Un quantitativo di contenuti che, di base, è giusto temere in quanto potenziali distrattori rispetto alla strada maestra da seguire per sviluppare al meglio una trama. Ma qui ogni elemento è dosato in modo da dare il proprio contributo senza sovraccaricare inutilmente il racconto, nel tentativo di ricostruire gli eventi che hanno portato alla morte di Skippy. E, nel mentre, soffermarsi qua e là sui temi più disparati, dalla teoria delle stringhe alla guerra di trincea del primo conflitto mondiale.


VITA TRA I SELVAGGI, ALLA SCOPERTA DEL PERSONAGGIO DIETRO L’AUTRICE

Il terzo titolo inserito nella selezione di questa settimana, relativamente ai libri da leggere più interessanti, riporta sotto i riflettori un nome importante della letteratura della prima metà del novecento. Una donna il cui lavoro è ancora oggi fonte d’ispirazione per autori e autrici, ma non solo. Basterà citare il suo “L’incubo di Hill House” (Adelphi), divenuto negli ultimi anni uno degli esempi di virtuosismo horror multimediale grazie alla serie Netflix, per capire ciò di cui si sta parlando.

Lei era Shirley Jackson, autrice statunitense scomparsa alla giovanissima età di 48 anni (nel 1965), che ci ha lasciato però un’eredità culturale di grandissimo spessore. Eredità in cui troviamo anche “Vita tra i selvaggi”, portato sugli scaffali da Adelphi. Un racconto che si discosta dalle narrazioni da brividi del titolo citato precedentemente, per porre l’attenzione su elementi quotidiani di straordinaria tangibilità.

Quello che si pone alla base delle narrazioni orchestrate dalla scrittrice è infatti il vissuto quotidiano suo e della sua famiglia. Una storia che si tiene in piedi grazie agli eventi che accadevano quando Shirley posava la penna, o la macchina da scrivere, o qualsiasi altra cosa utilizzasse per mettere nero su bianco le sue geniali idee. Tra le pagine troviamo una Shirley Jackson nei panni di madre, alle prese con il caos che le gravitava intorno in casa. Memorie personali a cui viene aggiunta un po’ di sana fiction, utile a indirizzare gli eventi.

Eventi che si sviluppano in Vermont, all’interno della magione sostanzialmente isolata in cui la troviamo con il marito, quattro figli e varia fauna animale a corredo. Un racconto dalla forte entropia che descrive perfettamente l’ambiente familiare in cui la Jackson è riuscita a tirar fuori dal cilindro storie che la rendono ancora oggi una maestra e un’icona della narrativa di genere.


LE STELLE BRILLANO PIÙ FORTE, UN’INNOCENZA DA PRESERVARE NELLA STRISCIA DI GAZA

Chiudiamo il nostro appuntamento settimanale con i libri da leggere più interessanti di recente uscita con un titolo che strizza l’occhio a eventi di cui siamo purtroppo stati tristemente spettatori nella quotidianità. Lontani fisicamente, seppur vicini a tante persone che hanno sofferto – e che continuano a soffrire – nella Striscia di Gaza.

Questo perché "Le stelle brillano più forte" di Rami Abou Jamous, pubblicato in italia da Libreria Pienogiorno, porta proprio lì, in quello che in un lampo è divenuto un luogo di sofferenza per centinaia di migliaia di persone, senza considerare le decine di migliaia di vittime, soprattutto tra i civili. L’autore, scrittore e giornalista che vive a Gaza con la famiglia, trasferisce tra le pagine del racconto il mutamento dello scenario circostante, e lo fa attraverso gli occhi di un bambino. Precisamente suo figlio.

Si chiama Walid, e in poco tempo vede sgretolarsi quelle che fino a quel momento aveva reputato come certezze nella sua vita. La scuola, i giochi, e poi ancora i beni di prima necessità, dalla casa al cibo, all’elettricità e al calore. Eppure ci dev’essere un modo per tenere i più piccoli – “categoria” di cui Walid fa parte – al riparo dalle bruttezze della vita. Non semplicissimo, considerando anche i numerosi trasferimenti forzati, necessari per sfuggire ai bombardamenti che percuotono ininterrottamente la zona.

Rami e sua moglie creano uno spazio protetto per loro figlio, dove ogni cosa negativa a cui è esposto viene tradotto in qualcosa di positivo. È così che le esplosioni delle bombe diventano fuochi d’artificio e i droni degli uccelli. Un libro che è uno spaccato di vita vissuta che unisce la professione dell’autore, il giornalista, e il suo essere genitore, con il compito innato di preservare l’innocenza di un figlio, minacciata quotidianamente dall’orrore che lo circonda.


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