Ibrahimovic, Buffon, Shevchenko: quando la vita è più difficile di una partita di calcio

21 marzo 2021, ore 09:00

Sono forti, ricchi, famosi, spesso belli. Ma anche la vita di un calciatore può essere difficile. Perché fuori dal campo capita di dover vivere sfide più complicate di una finale.

BUFFON AL BUIO

Gigi Buffon è un grande portiere, una persona intelligente e un uomo squadra; ma anche a lui è capitato di vivere un momento molto complicato: nel 2004, all’apice della sua carriera, ha sofferto di depressione. Tenuta nascosta all’esterno, era pur sempre il portiere della Juve e della Nazionale; la famiglia invece è stata coinvolta ed è stata decisiva per la ripresa. Nel periodo di buio Gigi faceva fatica ad alzarsi dal letto, andare all’allenamento era diventato un peso quasi insostenibile. Uno degli episodi più intensi accade il 15 febbraio 2004: un attacco di panico allo stadio, durante il riscaldamento prima di Juventus-Reggina. Il primo istinto suggerisce a Buffon di non giocare. Poi, dopo aver recuperato un po’ di calma, arriva la scelta di non arrendersi e va in campo, sia pur con il batticuore: dopo pochi minuti è anche protagonista di una bella parata. Poche settimane dopo si riaccende la luce. Succede- forse inaspettatamente- presso la Galleria d’arte moderna a Torino, quando vede un quadro di Chagall: la Passeggiata. Rappresenta l’autore che tiene per mano la moglie, mentre lei vola, senza ali. Buffon inizia a sorridere, sente un po’ di buonumore, il giorno successivo torna nello stesso museo. La risalita è cominciata lì. Qualche mese più tardi, durante gli Europei in Portogallo, Buffon ha capito che il buio era passato.


IBRAHIMOVIC E IL GHETTO

Origini slave, papà musulmano, mamma cattolica. Nato e cresciuto nel ghetto di Malmoe, Rosengard, un posto in Svezia ma con pochi svedesi. Alto tasso di disoccupazione, alto livello di malcontento. A casa c’era poco da mangiare, il frigo spesso era semivuoto. Per Zlatan quello era l’unico mondo possibile, non aveva fatto raffronti con altre situazioni. In centro città ci è andato per la prima volta a 17 anni. Nel suo quartiere in periferia Ibra giocava a calcio con ragazzini di etnie e culture diverse. Alle giovanili del Malmoe però non si sentiva accettato, tutti si chiamavano Andersen o Svenson, lì ha iniziato a sentire il razzismo sulla sua pelle. In quel contesto Zlatan ha iniziato a costruirsi addosso quella corazza da maschio alfa un po’ bullo, in quei mesi Ibra ha iniziato a dire cose del tipo: “Sono il più forte e non esiste un altro come me”. Così è arrivato alla prima squadra e lì ha pensato: “Questi non sono compagni, sono concorrenti”. Lo cerca l’Arsenal, Wenger gli propone un provino ma lui replica: Zlatan non fa provini, se vuoi mi prendi subito. L’Arsenal non lo prenderà, ma poco dopo sarà l’Ajax a far decollare la carriera di un grande campione.


Ibrahimovic, Buffon, Shevchenko: quando la vita è più difficile di una partita di calcio

SHEVCHENKO E CHERNOBYL

Era un bambino di dieci anni quando nel 1986 ci fu il più grave disastro nucleare della storia, l'esplosione al reattore numero quattro della centrale di Chernobyl. All’epoca viveva a Kiev. A un centinaio di chilometri di distanza da Chernobyl. Il padre comprò uno strumento per misurare le radiazioni, suonava come una sveglia. Le scuole a Kiev vennero chiuse, tutti i bambini/ragazzini vennero evacuati. Andriy e la sorella vennero spostati a mille chilometri da distanza, in un campus sul mar Nero, lontano dalla famiglia. Lungo viaggio in bus. Lui si è salvato ed è diventato un grande campione, altri suoi amici sono stati meno fortunati e non ce l’hanno fatta.


Tags: calcio, Chernobyl, depressione, difficoltà, Ibrahimovic

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