Marty Supreme, trama e recensione del film candidato agli Oscar 2026

Marty Supreme, trama e recensione del film candidato agli Oscar 2026

Marty Supreme, trama e recensione del film candidato agli Oscar 2026


Sul sito di RTL 102.5 saranno pubblicati dieci articoli, ognuno dedicato a uno dei film in corsa per la gloria

La notte di Hollywood si avvicina. Tra il 15 e il 16 marzo, mentre a Los Angeles sarà ancora tardo pomeriggio, qui in Italia, come da tradizione, armati di caffè, seguiremo la cerimonia degli Oscar.

Un evento che, anno dopo anno, è riuscito a ritagliarsi anche da noi un cospicuo interesse. Non solo tra i cinefili e gli addetti ai lavori, che lo attendono come il Natale, ma anche tra il pubblico generalista, pronto a commentare gli outfit delle star del cinema o ad aspettare qualche colpo di scena capace di entrare nell’immaginario collettivo (il pugno di Will Smith ne è un esempio).

Per arrivare preparati, ci sembra giusto mettere al centro le dieci pellicole che si sono aggiudicate la nomination come miglior film, la categoria più prestigiosa e ambita, nonché quella destinata a essere ricordata negli anni a venire.

Per questo, da oggi e fino alla data della cerimonia, sul sito di RTL 102.5 usciranno dieci articoli, ognuno dedicato a uno dei film in corsa per la gloria. Anche se ormai può sembrare un tormentone vuoto e ripetuto, a costo di apparire banali è giusto sottolineare come la qualità, anche quest’anno, sia molto alta, con titoli diversi, variegati e adatti a palati eterogenei.

Cominciamo con Marty Supreme, la pellicola diretta da Josh Safdie, uscita al cinema lo scorso 22 gennaio, che vede come protagonista Timothée Chalamet, indicato da molti come uno dei principali favoriti all’Oscar per la sua interpretazione.

MARTY SUPREME, LA TRAMA

Ispirato alla vita del campione di tennistavolo Marty Reisman, il film è ambientato nella New York degli anni ’50 e racconta l’ascesa di un giovane deciso a diventare, a tutti i costi, un campione in uno sport che all’epoca era ancora poco conosciuto negli Stati Uniti. È corretto parlare di tennistavolo e non di ping pong, termine spesso utilizzato a proposito del film, poiché “ping-pong” viene impiegato soprattutto per indicare il gioco praticato a livello amatoriale o ricreativo, mentre tennistavolo (o tennis da tavolo) identifica la disciplina sportiva vera e propria.

La pellicola si apre in un negozio di scarpe dove lavora Marty. In pochi minuti siamo già di fronte alla prima truffa, la prima di una lunga serie di menzogne abilmente orchestrate che diventeranno l’architrave dell’intera narrazione.

Una cosa, però, è indiscutibilmente vera: il protagonista, interpretato da Timothée Chalamet, nutre un’ossessione irrefrenabile per il tennistavolo. Ne è talmente affascinato da volerlo rendere famoso nella sua patria, gli Stati Uniti d’America, dove lo sport non ha ancora attecchito. Proprio per questo deve volare in Giappone, dove invece la disciplina gode già di grande considerazione, e vincere una partita decisiva. Ma la passione non basta: servono i soldi.

L’intero film si trasforma così in una meravigliosa ed energica corsa disperata alla ricerca del denaro necessario per dare forma al suo sogno.

MARTY SUPREME, LA RECENSIONE

Un missile che sfreccia a tutta velocità per due ore e mezza, con un ritmo che richiama quello di una pallina da ping pong, in continuo rimbalzo da una sequenza all’altra. Ne nasce un’esperienza intensa, che non concede tregua e tiene lo spettatore incollato allo schermo dall’inizio alla fine. Nonostante la durata, le due ore e mezza scorrono sorprendentemente senza attriti, sostenute da una narrazione serrata e da una messa in scena costantemente in tensione, priva di cali evidenti.

Chalamet domina la scena, autentico perno attorno a cui ruota l’intero film, con una prova magnetica capace non solo di reggere il peso emotivo della narrazione, ma di trascinare lo spettatore dentro il suo percorso. Tutto è costruito per valorizzarlo: messa in scena, tempi, sguardo della macchina da presa e arco emotivo sembrano convergere in un’unica direzione, quella di accompagnare e sostenere una performance chiaramente pensata per imprimersi nella memoria dell’Academy.

Esuberante, energico, frizzante, scalmanato: protagonista e film si muovono all’unisono, sugli stessi binari, dando vita a un corpo organico che si rispecchia e si alimenta a vicenda.

Dietro la spregiudicatezza di Marty si cela una riflessione profonda sull’identità e sull’ideologia degli Stati Uniti d’America. Il film usa il suo protagonista come lente per interrogare tanto il presente quanto il passato del Paese, mettendo in scena contraddizioni, ambizioni e derive che continuano a ripetersi nel tempo. Quella che sembra un’esibizione di eccesso e provocazione diventa così il veicolo di un discorso più ampio, capace di dialogare con la storia americana e con le sue tensioni ancora irrisolte.

L’ossessione per la vittoria, il culto della performance e l’idea che il fine giustifichi i mezzi rimandano a un immaginario tipicamente americano, fondato sulla mitologia dell’ascesa personale e sull’illusione di una mobilità illimitata. Il confine labile tra talento e opportunismo, tra merito e inganno, tra sogno e manipolazione. Marty diventa allora il simbolo di un Paese che continua a raccontarsi attraverso il mito della vittoria, anche quando il prezzo da pagare è la perdita di un’identità collettiva condivisa.

La pellicola è annaffiata, dall’inizio alla fine, da una colonna sonora volutamente anacronistica rispetto all’epoca in cui è ambientata. Si apre con Forever Young del 1984, mentre le scene si svolgono nel 1952. Questo disallineamento musicale sembra spingere il film, così come il suo protagonista, a proiettarsi già verso il futuro, a guardare oltre i confini del tempo e oltre ogni limite.

POSSIBILITÀ DI VITTORIA

Marty Supreme sarebbe il film perfetto per vincere l’Oscar come miglior film, ma si trova in un’annata ricca di titoli decisamente più forti, il che riduce di molto le sue possibilità. A essere il vero superfavorito, come accennato prima, è Timothée Chalamet, che secondo molti analisti avrebbe già la statuetta come miglior attore praticamente in mano. Si sa però che, a Hollywood, i colpi di scena non mancano: lo scorso anno, ad esempio, Demi Moore era data come super favorita dai bookmakers per la sua interpretazione in The Substance, per poi essere sorpassata all’ultimo da Mike Madison in Anora.

Quest’anno Chalamet sfida Leonardo DiCaprio di Una battaglia dopo l’altra, Michael B. Jordan di Sinners, Wagner Moura de L’agente segreto ed Ethan Hawke di Blue Moon. La partita più serrata sembra giocarsi proprio tra Chalamet e Moura: primo attore brasiliano a ottenere una nomination come interprete principale, Moura potrebbe davvero rallentare l’ascesa dell’enfant prodige di Hollywood.



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