Wicked - parte 2: la recensione del film attualmente in sala con Ariana Grande e Cynthia Erivo

Wicked - parte 2: la recensione del film attualmente in sala con Ariana Grande e Cynthia Erivo

Wicked - parte 2: la recensione del film attualmente in sala con Ariana Grande e Cynthia Erivo Photo Credit: Universal Pictures


Più maturo, più politico, meno danzato ma comunque intensamente cantato. Il musical cede il passo alla narrazione, che corre agile e si accende più volte di autentica emozione

“Wicked – Parte 2” non è un sequel. Non appartiene a quella genealogia di film generati sull’onda di un successo imprevisto.

È, piuttosto, il completamento naturale di un’opera pensata fin dall’origine come un unico, vasto racconto, diviso in due capitoli per ragioni di durata. Scelta che si è poi rivelata strategicamente vincente, considerando i 750 milioni di dollari incassati nel mondo dalla prima parte.

Resta un interrogativo sospeso, quasi un gioco mentale: cosa sarebbe accaduto se il primo capitolo non avesse convinto il pubblico? La seconda parte sarebbe approdata direttamente su qualche piattaforma, compressa e ridimensionata? Improbabile, forse.

Ma è un passato alternativo che non sapremo mai. Ciò che sappiamo, invece, è che questo epilogo si avvia già verso un successo finanziario imponente, come testimoniano i dati internazionali del weekend d’esordio.

WICKED - PARTE 2, LA RECENSIONE

Proprio come accade negli episodi centrali di una miniserie, “Wicked – Parte 2” riprende esattamente da dove ci eravamo fermati dodici mesi fa. Un breve riassunto non sarebbe guastato; ma qui, evidentemente, non c’è tempo da perdere. Bisogna iniziare, anzi: bisogna finire. E la sensazione, fin dalle prime sequenze, è quella di un cambio di passo deciso.

Il film accelera, abbandona ogni indugio e procede con una narrazione serrata, che non divaga e non sbrodola. La storia ormai la conosciamo, le protagoniste hanno conquistato il loro spazio emotivo, e questo permette al racconto di dispiegarsi con una libertà più spedita. La velocità narrativa, però, comporta un sacrificio: quella sontuosa componente musicale, fatta di grandi coreografie e numeri corali che caratterizzava la prima parte, qui si assottiglia. I momenti musicali restano, ma sono più raccolti, più intimi, più emotivi che spettacolari. È una rinuncia? No: paradossalmente, è uno dei punti di forza della pellicola. Alleggerito dal dovere di presentare un mondo e i suoi personaggi, il film può ora concentrarsi sull’essenziale e liberare, finalmente, tutta la sua potenza emotiva.

Il tono generale vira verso una maggiore cupezza. Le scenografie, sempre sontuose e ricche di cromatismi, convivono con un’atmosfera più severa, talvolta spietata. E il racconto si fa più politico. Se nel primo capitolo il sottotesto era dominato dai temi della discriminazione e del pregiudizio, qui entrano in scena la propaganda, il controllo delle masse e la necessità (tanto sociale quanto narrativa) di costruire un nemico comune.

Non è un caso che il cinema contemporaneo stia attraversando una stagione di riflessione sulla figura del “mostro”: cosa significa esserlo? Chi decide chi lo è? E quali frammenti di umanità sopravvivono dietro la maschera della mostruosità? Un filone che ha trovato declinazioni recenti tanto nel “Frankenstein” di Guillermo del Toro quanto nella serie dedicata a Ed Gein, entrambe su Netflix.

“Wicked – Parte 2” si diverte, quasi con malizia affettuosa, a lambire e reinterpretare uno dei monumenti della storia del cinema: “Il mago di Oz” di Victor Fleming (1939). La pellicola sfiora la storia di Dorothy, delle celebri scarpette (argento, non rosse, come il cinema ci ha fatto credere) e degli altri protagonisti, offrendo una rilettura onesta, intelligente e mai irriverente.

Non destruttura il mito: lo amplia. E lo fa con una lucidità rara e una sorprendente delicatezza intellettuale. Ma quindi, com'è questo secondo capitolo di Wicked?

Più maturo, più politico, meno danzato ma comunque intensamente cantato. Il musical cede il passo alla narrazione, che corre agile e si accende più volte di autentica emozione. È un finale che non rincorre il clamore, scegliendo la via della profondità.



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