Calano gli incassi per due terzi imprese,17mila non riaprono, Istat, effetti Covid, il 41% usa ammortizzatori

Calano gli incassi per due terzi imprese,17mila non riaprono, Istat, effetti Covid, il 41% usa ammortizzatori

Calano gli incassi per due terzi imprese,17mila non riaprono, Istat, effetti Covid, il 41% usa ammortizzatori


L'emergenza sanitaria causata dal coronavirus ha avuto un pesante impatto sui fatturati delle imprese italiane. Oltre 17 mila imprese non riapriranno e il 41% ha usato ammortizzatori sociali

L'emergenza sanitaria ha avuto un effetto pesante sui fatturati delle imprese italiane. Oltre due terzi delle aziende - secondo il Report pubblicato dall'Istat sulle imprese di fronte all'epidemia da Covid riferito al periodo giugno-ottobre con un universo di oltre un milione di unità e 12,8 milioni di addetti - ha subito un calo del fatturato mentre quasi un terzo (il 32,4%) ha segnalato rischi per la sostenibilità della propria attività.


Le difficoltà delle aziende

Circa 73mila imprese sono rimaste chiuse mentre 17milla hanno segnalato che non riapriranno più. Il 37,5% delle imprese ha richiesto il sostegno pubblico per liquidità e credito, ottenendolo nell'80% dei casi. Il 41,8% ha usato ammortizzatori sociali. La riduzione dell'incasso è stato significativo con il 45,6% delle imprese che ha segnalato un calo tra il 10% e il 50%,il 13,6% oltre il 50% mentre solo il 9,2% ha avuto una diminuzione contenuta sotto il 10%. Il dato potrebbe peggiorare nei prossimi mesi dato che la rilevazione è limitata al periodo antecedente le misure che hanno imposto le chiusure e le riduzioni di attività per fronteggiare la seconda ondata dell'epidemia in larghe aree del Paese.


Le aziende hanno lavorato anche durante la pandemia

Il 68,9% delle imprese nel periodo considerato è stata in piena attività nonostante l'emergenza sanitaria mentre il 23,9% è rimasto parzialmente aperto, svolgendo la propria attività in condizioni limitate in termini di spazi, orari e accesso della clientela. Il 7,2%, pari a 73mila imprese, è rimasto chiuso con 17mila che hanno chiuso i battenti in via definitiva. L'85% delle imprese chiuse sono microimprese (3.9 addetti). L'universo delle imprese analizzato rispecchia la struttura presente in Italia e i quattro quinti delle imprese oggetto di indagine (804 mila, pari al 78,9% del totale) sono microimprese mentre 22.000 sono considerate medie con 50-249 addetti e solo 3mila grandi, con oltre 250 dipendenti. Le attività sportive e di intrattenimento presentano la più alta incidenza di chiusura, seguite dai servizi alberghieri e ricettivi e dalle case da gioco. Nella ristorazione ci sono 30mila imprese chiuse con 5mila che pensano di non riaprire.


Il futuro

La maggior parte delle aziende intervistate è pessimista sul futuro a breve termine. Il 61,5% prevede per il periodo dicembre febbraio perdite di fatturato rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Nel 40% dei casi il calo è previsto tra il 10 e il 50%, nel 15,1% di oltre il 50% e nel 6,4% di meno del 10%. Oltre la metà delle aziende intervistate ( 52,5%) conferma l'andamento sperimentato nel periodo giugno-ottobre 2020 mentre negli altri casi prevale il giudizio negativo, con livelli alti di pessimismo soprattutto nel settore dell'alloggio, delle agenzie di viaggio e nei servizi sportivi e di intrattenimento.


Le misure usate

Tre quarti delle imprese tra giugno e ottobre hanno utilizzato specifiche misure di gestione del personale per fare fronte alla riduzione del fatturato (era il 90% durante il lockdown) e tra queste soprattutto la cassa integrazione e l'assegno di solidarietà che con il 41,8% delle aziende sono state le misure più usate. In pratica 754.000 imprese con almeno tre addetti hanno fatto ricorso a qualche forma di riorganizzazione del personale per fronteggiare l'emergenza mentre 248mila imprese non hanno alterato le strategie di impiego dei lavoratori o hanno trovato un nuovo assetto immediatamente dopo la fine del lockdown. Si sono utilizzati prevalentemente gli ammortizzatori sociali con causale Covid ma anche le ferie obbligate, la riduzione dell'orario di lavoro, il rinvio delle assunzioni e il lavoro a distanza (smart working e telelavoro) al quale ha fatto ricorso l'11,3% delle imprese, una quota inferiore rispetto ai primi mesi della crisi sanitaria.


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