Gli occhi degli altri, trama e recensione del film di Andrea De Sica da oggi nelle sale

Gli occhi degli altri, trama e recensione del film di Andrea De Sica da oggi nelle sale

Gli occhi degli altri, trama e recensione del film di Andrea De Sica da oggi nelle sale


La pellicola rielabora una vicenda realmente accaduta, quella del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, che nel 1970 uccise la moglie e l’amante

Andrea De Sica si era affacciato al cinema nel 2016 con un film apparentemente molto piccolo, ma capace di sprigionare, poco a poco, un carisma e una potenza davvero dirompenti.

Si intitolava I figli della notte e lasciava intravedere grandi promesse. Il cineasta, nipote di Christian e figlio di Manuel, era poi tornato nel 2021 con Non mi uccidere.

Dieci anni dopo quell’esordio, torna con Gli occhi degli altri, una pellicola che, dopo il passaggio in concorso alla Festa del Cinema di Roma, arriva oggi nelle sale. Il film rielabora una vicenda realmente accaduta, quella del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, che nel 1970 uccise la moglie e l’amante, trasformandola in un dramma erotico dalle atmosfere gotiche e barocche.

GLI OCCHI DEGLI ALTRI, LA TRAMA

Su un’isola remota, dove il lusso si mescola alla natura selvaggia e l’eccesso è legge, un marchese (Filippo Timi) stanco di tutto ospita un gioco pericoloso. L’arrivo di Elena (Jasmine Trinca), misteriosa e magnetica, da inizio ad un mondo fatto di segreti e provocazioni.

Tra maschere, desideri esibiti e sguardi che feriscono più di qualsiasi parola, nasce una passione che si nutre di potere e trasgressione. Ogni gesto diventa sfida, ogni carezza un test di dominio. Ma quando la finzione supera il confine della realtà, l’incanto si spezza.

L’amore si contorce in una spirale di controllo e paura, fino a esplodere in una tragedia inevitabile, dove nessuno è più spettatore e tutti diventano vittime del proprio desiderio.

GLI OCCHI DEGLI ALTRI, LA RECENSIONE

De Sica scava sotto la superficie dorata e scopre il marcio: il potere e il possesso come veleno che corrode il desiderio, l’amore che si deforma in mania, in rancore, in violenza. E il maschile, con tutte le sue maschere di eleganza, viene smascherato: ciò che resta è un impulso primitivo, una fame cieca che distrugge tutto ciò che tocca. Il marchese di Filippo Timi è un uomo frantumato, e proprio per questo spaventoso.

Dietro le maniere perfette, dietro la sua idea di libertà e morale “moderna”, si nasconde il vuoto. Quando il dolore lo travolge, lasciandogli solo il linguaggio della brutalità, quello che conosce meglio. E De Sica non lo assolve mai, ma lo osserva da vicino, fino a farci provare disgusto e pietà nello stesso momento.

Jasmine Trinca gli tiene testa con una forza calibrata: mai sopra le righe, mai compiacente. Selvaggia e incendiaria, grintosa e pericolosa.

I loro corpi, i loro volti, diventano parte dello stesso paesaggio febbrile in cui si muovono: la villa, le armi, gli animali imbalsamati, ogni oggetto brilla come se fosse complice della loro decadenza. Gli anni Sessanta che De Sica ricostruisce sono un mondo che implode, una società “alta” che si sbriciola senza nemmeno accorgersene. Il regista filma con mano sicura, come se partisse da un foglio bianco da riempire di immagini eleganti e ipnotiche.

La costruzione visiva è ricercata, il gusto per la composizione raffinato, ogni inquadratura sembra studiata per lasciare una traccia. Il sesso, finalmente, è mostrato con intensità e misura, senza pruriti né compiacimento, anche se talvolta scivola verso l’estetizzazione. Un cinema di maniera, costruito per evocare più che per raccontare, ma attraversato da atmosfere potenti, da un gusto visivo che guarda con eleganza al passato. De Sica mostra come l’amore, il potere, la libertà e persino la civiltà si fondino sulla stessa ossessione di controllo, e su quanto siamo pronti a distruggere pur di non ammettere la nostra fragilità.

In questo, il film non è solo un dramma privato ma un gesto politico: ci costringe a guardare nel punto cieco della nostra cultura, quello in cui il desiderio smette di essere un legame e diventa una forma di dominio.



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