L’agente segreto, trama e recensione del film candidato agli Oscar 2026
L’agente segreto, trama e recensione del film candidato agli Oscar 2026
03 febbraio 2026, ore 09:00
La pellicola diretta da Kléber Mendonça Filho si presenta con 4 nomination, tra cui miglior film e miglior attore
Continua il nostro viaggio tra i dieci titoli che hanno conquistato una candidatura agli Oscar 2026.
Questa volta i riflettori si spostano su L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, uno dei film più celebrati della stagione cinematografica.
Presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, il film ha lasciato il segno aggiudicandosi due premi di peso sulla Croisette (la Miglior regia e il premio per il Miglior attore).
Il successo si è poi consolidato oltreoceano, con la vittoria di due Golden Globe: Miglior film straniero e Miglior attore in un film drammatico, riconoscimento assegnato a un intenso Wagner Moura.
Forte di questo percorso, L’agente segreto si presenta ora alla notte degli Oscar con quattro candidature, in categorie ad alta competitività, dove la corsa alla statuetta si annuncia particolarmente serrata.
L’AGENTE SEGRETO, LA TRAMA
Siamo in Brasile, alla fine degli anni Settanta, in un’epoca che, come avverte una scritta in apertura, “è piena di bizzarrie”.
L’immagine si apre su una pompa di benzina bruciata dal sole, un cadavere coperto alla meglio da un giornale e assediato dalle mosche. Poi entra in scena il protagonista, a bordo di un Maggiolino giallo. Poco dopo compaiono due poliziotti: uno di loro ha una macchia di sangue sulla camicia, segnale inequivocabile di un contesto in cui le forze dell’ordine non esitano a fare uso delle armi.
È un incipit secco, perturbante, che stabilisce subito il clima del racconto. Da qui prende forma la storia di Marcelo, insegnante quarantenne in fuga da un passato irrisolto, che arriva a Recife con la speranza di ricominciare e di riallacciare i rapporti con la propria famiglia.
Ma la città si rivela ben presto lontana dall’idea di rifugio che aveva immaginato: un luogo attraversato da tensioni sotterranee, ambiguità e violenza latente. Ne emerge un racconto teso e magnetico, in cui l’equilibrio è sempre precario e l’imprevisto sembra costantemente in agguato.
L’AGENTE SEGRETO, LA RECENSIONE
Una schicchera di follia insieme disordinata e lucidissima, un film che fa convivere sogno e incubo sullo stesso, instabile territorio. Ambientato nel Brasile della dittatura militare degli anni Settanta, mette in scena un mondo in cui la morte è una presenza quotidiana e invisibile, mentre la vita continua ostinatamente a manifestarsi tra il carnevale, la samba, i colori e il desiderio di sparire per non finire stritolati da una violenza cieca e arbitraria.
Kleber Mendonça Filho costruisce una pellicola scombinata, irregolare, volutamente refrattaria a ogni ordine rassicurante. Ma è proprio in questa apparente anarchia che il film trova la sua forma più autentica, dando vita a un racconto febbrile, nervoso, attraversato da un’energia vitale che non concede tregua. La narrazione avanza per frammenti, deviazioni e improvvise accelerazioni, riflettendo un Paese spezzato e un’identità collettiva in costante stato di allerta. Dentro questo caos solo apparente pulsa però anche un inno potentissimo al cinema, inteso non solo come arte ma come luogo fisico dove tutto può accadere. L’agente segreto è, in questo senso, una sorta di Nuovo Cinema Paradiso tropicale e allucinato: un Brasile sospeso tra sogno, incubo e follia, in cui la violenza smette di essere solo cronaca e finisce per diventare realismo magico.
È un Paese attraversato da immagini contraddittorie e potentissime, dove l’orrore convive con la festa, la minaccia con l’euforia, e la paura si insinua persino nei momenti di apparente leggerezza. Le strade, cosparse di coriandoli e residui di carnevale, diventano il teatro di una messa in scena ambigua e disturbante: colori sgargianti che coprono ferite ancora aperte, musica e danza che fanno da contrappunto a un senso costante di pericolo. In questo spazio deformato, quasi onirico, la realtà sembra perdere consistenza per farsi racconto, allucinazione, memoria.
La follia è una condizione diffusa, un’aria che si respira e che contamina ogni gesto, ogni sguardo. È qui che il film trova la sua forza più perturbante, trasformando il paesaggio urbano in un luogo simbolico, dove la storia si rifrange attraverso l’immaginazione e dove anche la violenza, immersa in una dimensione sospesa e irreale, assume i contorni di un incubo lucido da cui è impossibile svegliarsi.
L’agente segreto è uno di quei film che disorientano e travolgono, ma che al tempo stesso seducono e incantano, lasciando nello spettatore la sensazione di aver attraversato un territorio instabile, pericoloso eppure irresistibilmente vivo.
POSSIBILITÀ DI VITTORIA
La sensazione che aleggia attorno a L’agente segreto è che, nonostante l’indiscutibile qualità del film, la cerimonia degli Oscar possa lasciarlo sostanzialmente a mani vuote. Nella categoria più ambita, quella del miglior film, le possibilità di vittoria appaiono assai limitate, così come nella sezione dedicata al miglior casting. Le uniche chance concrete restano quelle di miglior film straniero, sebbene Sentimental Value di Joachim Trier sembri partire con un leggero vantaggio, e di miglior attore protagonista, dove però Timothée Chalamet, al momento, appare praticamente in pole position per la statuetta.
Non è affatto banale riconoscere che, per una pellicola di questa portata e di questo stile, essere già protagonista con quattro nomination agli Oscar rappresenta di per sé già una grande vittoria.



