Sette anni fa ci lasciava Enzo Jannacci, alle spalle una carriera fuori dagli schemi e mai dimenticata dal pubblico

29 marzo 2020, ore 18:00

Jannacci, cantautore, ma anche medico, morì a Milano dopo aver combattuto contro un cancro

Erano le 20.30 del 29 marzo 2013 quando, alla clinica Columbus di Milano, si spegneva Enzo Jannacci. Cantautore, attore, cabarettista e anche medico, Jannacci stava combattendo da tempo contro un cancro. Jannacci era nato nel capoluogo lombardo 77 anni prima e, in cinquant'anni di una carriera decisamente fuori dagli schemi, non smise di raccontare la sua città, avvolta dalla nebbia e popolata di personaggi bizzarri. Anche il figlio Paolo è un musicista e, quest'anno, ha partecipato al Festival di Sanremo con un brano dedicato alla figlia.


Gli esordi

Jannacci è stato uno dei più grandi protagonisti della scena artistica italiana del dopoguerra. Musicista di razza, diplomato in armonia, composizione e direzione d'orchestra e studioso del pianoforte, esordì nel cabaret quando aveva vent'anni. Poi le prime esibizioni nei locali di Milano, l'amore per il Jazz e la scoperta del Rock and Roll. Nel 1957, partecipò al primo Festival Italiano di rock and roll, organizzato a Milano, come tastierista nel gruppo di Adriano Celentano. Nel 1959, poi, la nascita del duo I due corsari con Giorgio Gaber. In seguito l'esperienza da solista, che iniziò a far conoscere al pubblico la vena comica e surreale di Jannacci.

Sette anni fa ci lasciava Enzo Jannacci, alle spalle una carriera fuori dagli schemi e mai dimenticata dal pubblico

Il successo

Nel 1964, Jannacci pubblicò il suo primo album, intitolato La Milano di Enzo Jannacci. Tutte le canzoni erano cantate in dialetto e, all'interno, compare uno dei suoi capolavori, El portava i scarp del tennis, dedicata alla vita di un senzatetto. Il grande successo arrivò qualche anno dopo con l'album Vengo anch'io. No, tu no, che scalò le classifiche di vendita, consacrando in particolare il brano omonimo. Nel 1968, una canzone cantata con Dario Fo, Ho visto un re, piena di metafore politiche, divenne un simbolo della rivoluzione sociale. Negli anni settanta, Jannacci recitò in alcuni film di grandi registi, come Mario Monicelli, Marco Ferreri e Lina Wertmuller. Dopo essersi dedicato agli studi medici, al teatro e al cinema ed essere rimasto lontano dal palcoscenico, Jannacci ritrovò un posto di primo piano nella musica negli anni ottanta. Con l'album Ci vuole orecchio tornò ai fasti di Vengo anch'io. No, tu no. Nel 1984, scrisse l'inno del Milan, la sua squadra del cuore. Negli anni seguenti, Jannacci partecipò quattro volte a Sanremo, vincendo due premi della critica. Nel 2006 fu pubblicata la raccolta The best e, nel 2013, l'ultimo album, L'artista, pubblicato postumo.


Il medico dietro l'artista

Jannacci raccontò di aver studiato medicina perché il padre voleva che imparasse cosa fosse la sofferenza. Dopo il diploma, si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia di Milano. Decise poi di specializzarsi in chirurgia, trasferendosi per un periodo in Sudafrica, dove ebbe modo di lavorare con Christiaan Barnard, l'autore del primo trapianto di cuore al mondo. La sete di conoscenza, però, portò Jannacci anche negli Stati Uniti, dove rimase quattro anni e si affinò come chirurgo. L'esperienza come medico per Jannacci non poteva prescindere dal rapporto umano e di empatia con il paziente. Quando aprì un ambulatorio come medico di famiglia, inizialmente ebbe come pazienti solo gli amici Teo Teocoli, Massimo Boldi e Renato Pozzetto. Arrivarono poi gli altri pazienti, ma mai molti perché Jannacci diceva che era necessario avere il tempo per dedicarsi a fondo a ogni caso. Sempre stralunato e incline al paradosso, c'è chi lo ricorda all'Ospedale di Brescia visitare i pazienti e poi mettersi a cantare con loro.

Tags: Enzo Jannacci, Milano, Musica

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