Evaristo Beccalossi, bandiera nerazzura è scomparso a Brescia, avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni Photo Credit: Ansa/DANIEL DAL ZENNARO / DAZ
06 maggio 2026, ore 13:30
"Driblossi" come lo chiamava Gianni Brera prima da giocatore, poi da dirigente è stato quasi sempre nerazzurro, accusato un malore a gennaio 2025 è stato a lungo in coma
Una bandiera vera. Scompare all’età di 69 anni a Brescia, dove era nato, Evaristo Beccalossi: storico centrocampista- fantasista dell’Inter è stato una dei miti della squadra milanese. L’ex calciatore e dirigente sportivo, che prima di militare in nerazzurro giocò anche nella sua città, Brescia, avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio. Da qualche tempo le sue condizioni di salute erano critiche dopo un malore accusato a gennaio 2025 e un lungo periodo di coma. Il decesso è avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì in clinica Poliambulanza a Brescia, dove Beccalossi era ricoverato. Centrocampista offensivo geniale, un po' discontinuo, ma di grande talento, ha vinto lo scudetto con l’Inter nel 1980. Con la maglia nerazzurra ha collezionato 216 presenze tra campionato e coppe, segnando 37 gol, tra cui una doppietta nel derby del 28 ottobre 1979. Oltre allo scudetto, in nerazzurro vinse anche una Coppa Italia nel 1979.
Una grande carriera senza Nazionale
Mancino, Evaristo Beccalossi è stato tra i trequartisti più forti del calcio italiano tra gli anni ’70 e ’80, in un’ epoca d’oro È cresciuto nel Brescia, ma ha fatto la storia dell’Inter: sei stagioni, due trofei vinti, era diventato l’idolo della tifoseria nerazzurra grazie alle sue giocate con il sinistro. Con la maglia dell’Inter vinse appunto lo scudetto del 1980 e una Coppa Italia un anno prima. Dopo l’esperienza nella Milano nerazzurra, ha indossato le maglie di Sampdoria, Monza e poi di nuovo il Brescia, prima di chiudere la carriera ad Alessandria e Barletta, dove tornò lo scorso anno per una partita di Eccellenza. Nonostante le qualità tecniche notevoli, non ha mai esordito nella Nazionale maggiore, perché in quegli anni la concorrenza era di gran livello. Dopo il ritiro fu a lungo opinionista televisivo e anche capo delegazione delle nazionali giovanili.
Il ricordo dell’Inter
L’Inter gli ha dedicato un lunghissimo ricordo apposto sul proprio sito ufficiale: “Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone. Il talento non si impara. È un dono, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi. Quello di Evaristo Beccalossi era limpido, abbagliante, in contrasto con una continuità di rendimento che a volte veniva meno nel corso delle partite ma che, sempre, gli veniva perdonata, dai compagni e dai tifosi. Fantasista: precisamente, Beccalossi. Gianni Brera lo aveva ribattezzato ‘Driblossi’. L’arte di dribblare, di saltare gli avversari: azzardi sfrontati, quasi sempre riusciti, con leggerezza. Il bello del calcio, il modo più romantico per far innamorare i tifosi. Coi riccioli che ciondolavano sulle spalle, con la sua cadenza inconfondibile in mezzo al campo, dava carezze al pallone. Nessuno, meglio di Peppino Prisco, ha fotografato l’iconicità di Evaristo: “Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole”. Le coccole di Evaristo sono state tante, dentro e fuori dal campo, negli anni in nerazzurro – dal 1978 al 1984 – e poi dopo, nella vita da ex calciatore, sempre al fianco dell’Inter, sempre dentro il calcio, tra Federazione, ragazzi da ispirare e far crescere. Da fantasista anche lì. Destro, sinistro, gol e visione di gioco. Oriali, Marini, Baresi correvano, Beccalossi inventava. E segnava, forniva assist, dipingeva traiettorie”.
Il club nerazzurro continua: “A volte a intermittenza, a volte in maniera folgorante. Con la schiettezza e la naturalezza che lo ha sempre contraddistinto, ammetteva candidamente, senza paura di essere giudicato, perché il suo forte era anche quello: ‘Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me’. La numero 10 sulle spalle: arrivò all’Inter dal Brescia, la squadra della sua città, nel 1978 e si trovò dentro un Meazza che lo accolse subito spellandosi le mani. D’altronde la segnalazione a Sandro Mazzola – suo predecessore con la 10 e all’epoca dirigente nerazzurro – arrivò dopo una partita in cui dribblò cinque giocatori, prima di fallire il gol davanti al portiere. Il manifesto della sua immensa bravura e anche della sua volubilità, così particolare e al tempo stesso magnetica. ‘Con Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato'”.
Idolo comunque
Diventò l’idolo della tifoseria dell’Inter grazie anche ad alcuni episodi che sono ancora nella memoria dei tifosi nerazzurri. Tra questi la doppietta segnata al Milan nel diluvio di San Siro, nel derby d’andata della stagione 1979/80, quella che portò poi allo scudetto: “Molti di noi non erano ancora nati, in quel 1980, ma quel coro accompagnò l’Inter di Bersellini verso il 12° Scudetto. Con Bordon, Baresi, Altobelli, Caso, Bini, Marini, Oriali, Canuti, Pasinato, Muraro, Mozzini, Pancheri, Ambu, Cipollini, Occhipinti e, ovviamente, Evaristo Beccalossi, il 10 di quella squadra. Sette gol, due nel derby dell’8 ottobre 1979. Un destro al volo di una leggerezza inarrivabile, su un campo senza erba, solo di fango. E un altro gol per chiudere una stracittadina solo nerazzurra. Più dei gol, 37 in 215 apparizioni, più dei titoli – uno Scudetto e una Coppa Italia – Beccalossi è sempre stato l’uomo dei sogni: quello che ti poteva regalare una magia, in qualsiasi momento.
Una volta sbagliò due rigori in otto minuti, prendendosi la responsabilità di calciarli entrambi: “E pazienza, se in una notte di coppa, arrivarono due errori dal dischetto nel giro di cinque minuti. Ancora una volta, geniale anche in questo caso, pur senza meriti, si trasformò questa serata storta in un qualcosa di artistico: il monologo portato a teatro dall’attore Paolo Rossi. ‘La cosa più bella a mio avviso era che il popolo interista si identificava in noi. Ho lasciato un buon ricordo anche al giorno d’oggi’. Non solo un buon ricordo, ma anche un orgoglio profondo nell’aver avuto il ‘Becca’ nella storia del Club. E quella malinconia che si mischia alla tristezza profonda di queste ore ci accompagna con l’ennesimo dribbling della vita di Evaristo”.



