I segreti di David Lynch, dalla pittura al cinema: il libro di Matteo Marino che ci porta alla scoperta di un personaggio dalle mille sfumature
I segreti di David Lynch, dalla pittura al cinema: il libro di Matteo Marino che ci porta alla scoperta di un personaggio dalle mille sfumature Photo Credit: "I segreti di David Lynch" di Matteo Marino, BeccoGiallo
08 aprile 2026, ore 08:00
A un anno dalla sua scomparsa, ripercorriamo i momenti salienti della vita e della carriera dell’iconico regista di produzioni di grande successo come Twin Peaks e Mulholland Drive
Torniamo nuovamente ad aprire i battenti dello spazio dedicato ai migliori libri da leggere, quella parentesi che, a più riprese nel corso della settimana, ci porta a scoprire le novità più stuzzicanti in arrivo dal panorama editoriale. Lo sguardo la domenica viaggia verso le proposte internazionali, mentre il sabato è il momento di aumentare il focus sulle storie di finzione che arrivano dalle penne italiche (con qualche escursione anche verso l’estero, di tanto in tanto).
Il mercoledì le letture si fanno “pratiche”, vale a dire hanno una loro tangibilità. E questo perché si intrecciano a filo doppio (e anche triplo) con la realtà che ci circonda. Basti dare uno sguardo agli ultimi appuntamenti, come “Napoli come vuoi” di The Napolitaner oppure “Con te sempre” del Dott. Giuseppe Faranda, per capire di cosa stiamo parlando.
Oggi è il turno di Matteo Marino di presentarci il suo lavoro: parliamo de “I segreti di David Lynch”, l’opera portata sugli scaffali da BeccoGiallo che mette al centro della scena uno dei registi più visionari della storia del cinema e delle serie tv.
I SEGRETI DI DAVID LYNCH, UNA MENTE CREATIVA A TUTTO TONDO
Ciao Matteo, e benvenuto. Partiamo da subito con le presentazioni e ti cedo quindi la parola: cosa troviamo nel tuo libro, "I segreti di David Lynch"?
“Ciao Dario, grazie. Provo a risponderti ripescando dalla memoria una delle frasi a effetto delle pubblicità di Canale 5 del 1991, con la voce storica del canale - che se non sbaglio era Mario Silvestri - che diceva "Twin Peaks: ha tutto ma non assomiglia a niente". Ora, con le dovute proporzioni, quando ho voluto dedicare a Lynch un libro ho pensato che c'erano già tanti libri importanti che svisceravano i suoi film, sia italiani che non. Libri che amo. Quindi ho provato a salire sulle spalle di questi giganti e ho cercato di metterci un po' “tutto” Lynch, ma da una prospettiva differente. Nel libro indago le sue opere a partire da quella che considero un momento di cesura nella sua filmografia, cioè “Strade perdute”. Da lì affronto “Mulholland Drive”, “INLAND EMPIRE” e “Twin Peaks - Il ritorno”. Provo a decifrarne i passaggi più misteriosi, racconto aneddoti e dietro le quinte che sono andato raccogliendo negli anni, espongo interpretazioni consolidate ma anche inedite delle opere più ostiche di Lynch. E provo a farlo da tanti punti di vista, sicuramente, ma anche da uno che, fino a quel momento, la critica non aveva affrontato frontalmente, anche perché Lynch aveva rivelato pubblicamente il suo interesse per la meditazione trascendentale solo dopo “INLAND EMPIRE”.
Approfondendo la filosofia che ne è alla base, l’advaita vedanta, ho scoperto che è uno scrigno di chiavi di lettura ulteriori, chiavi che consentono di rileggere tutte le opere precedenti con una comprensione più ampia. E quindi nel libro vado a scandagliare anche le opere del passato. “I segreti di David Lynch” si apre per esempio con l’analisi di una serie di scene secondo me emblematiche di “The Elephant Man”, in cui Lynch ci suggeriva già la sua poetica, il suo approccio all’arte cinematografica. Si tratta delle scene in cui il protagonista riesce a costruire il modellino di una cattedrale pur potendone vedere solo una guglia dalla finestra della stanza di ospedale in cui è confinato. Credo che sia il primo segreto che Lynch ci sussurra in un orecchio: il compito del regista, per Lynch, è quello di mostrare, attraverso la finestra dello schermo, solo una guglia ; il compito dello spettatore è quello di ricostruire tutta la cattedrale che c’è sotto. I film di Lynch sono così: cercano la collaborazione attiva di chi li guarda.
Nel libro parlo anche dei progetti che Lynch non è riuscito a realizzare, come “Ronnie Rocket” o la sua ultima opera, “Unrecorded Night”, la serie per Netflix che aveva interamente scritto, ma che non ha fatto in tempo a girare. L'ultima sezione del libro, in particolare, parla di tutto ciò che Lynch ha fatto dopo “Twin Peaks - Il Ritorno”, compreso il cortometraggio con la scimmia “What Did Jack Do?”, i "Weather Report" su YouTube, cioè i bollettini in cui informava del tempo fuori dalla sua finestra giorno per giorno, la sua carriera musicale, e molto altro, arrivando a cogliere come la sua filosofia di vita, il suo modo di approcciare l'arte, non riguardassero soltanto la regia, ma anche la scrittura di sceneggiature, la realizzazione di quadri, litografie, canzoni, perfino dei video estemporanei per YouTube, molto bizzarri e divertenti, ma anche genuini e pieni di cuore.
Come è nata l'idea di dar vita a questo volume?
“Si può dire che è un libro che aspettava da molto tempo il momento giusto per uscire. Penso che una prima versione di questo libro si possa considerare un quaderno delle medie, a righe, riempito di teorie su chi avesse ucciso Laura Palmer, tentativi di interpretare la Garmonbozia e la Red Room, con incollati i ritagli delle trame di TV Sorrisi e Canzoni. Avevo 13 anni e portavo questo quaderno a scuola il giovedì mattina - perché “Twin Peaks” andava in onda il mercoledì - e alla discussione partecipava praticamente tutta la classe. Ci passavamo questo quaderno di mano in mano e lo riempivamo di teorie e osservazioni. Diciamo che è stata la mia prima analisi critica, un’analisi collettiva, un facebook ante litteram, e purtroppo quel quaderno l'ho perso, non so che fine abbia fatto, smarrito in un trasloco. Da lì in poi è cresciuta la mia passione per questo regista, per il cinema e per le serie tv: ho scritto diversi articoli su di lui, poi ho cominciato a collaborare con l’editore BeccoGiallo.
Il primo libro che ho proposto a BeccoGiallo è stato il mio primo dizionario delle serie tv cult, sottotitolo "Da Twin Peaks a Big Bang Theory", quando ancora di “Twin Peaks” c'erano soltanto le prime due stagioni. Il libro andò molto bene (grazie a quanti mi hanno dato subito fiducia!), mi chiesero di fare un secondo volume, che andò altrettanto bene, e mi chiesero di farne un terzo ma, a quel punto, poiché era appena uscita “Twin Peaks - Il Ritorno”, ho detto "No, questo è il momento per far uscire il libro che ho nella testa e nel cuore da tanti anni, il libro su David Lynch". Dopo, sempre per BeccoGiallo, ho scritto “Film pop anni ‘80” e “Film pop anni 90", che mi hanno consentito di parlare di tante altre mie passioni, il cinema pop che comprende “Ghostbusters”, “Ritorno al Futuro”, “E.T.”, e passando agli anni '90 “Pulp Fiction”, “Scream”, “Jurassic Park” e tante altre pietre miliari con le quali siamo cresciuti.
Quando ho ricevuto la tragica notizia della morte di Lynch, "I segreti di David Lynch" nella sua prima versione era esaurito, allora ho proposto all'editore di fare una nuova edizione aggiornata e ampliata, che è questa di cui stiamo parlando. Mi ero innamorato di una foto secondo me bellissima che ritrae Lynch al lavoro nel suo studio, a casa, e siamo riusciti ad averla come copertina. La ritengo perfetta perché tiene conto di questo aspetto intimo che cerco di restituire nel libro, che riguarda soprattutto l'ultima parte della sua vita, tutto ciò a cui ha lavorato durante, per esempio, il Covid, nel suo studio artistico a casa. Era il posto sicuro e luminoso dal quale poteva partire per i viaggi più incredibili, e anche più oscuri.”
C'era qualche obiettivo che ti eri posto, lavorando a questo libro?
“Spero che chi legga “I segreti di David Lynch” trovi e avverta tra le righe tutta la passione che ho per questo regista. Non lo vedo tanto il saggio di uno studioso di cinema che parla ad altri studiosi: c'è anche quest'aspetto, certo, ma per me è soprattutto il libro di un appassionato che vuole condividere con studiosi e altri appassionati, anche chi magari solitamente non legge libri sul cinema, tutto quello che ha scoperto su uno dei più grandi registi di sempre.”
QUESTIONE DI SFUMATURE
Immagino sia stata una bella sfida mettere insieme tutti i tasselli per arrivare al risultato finale: parliamo di un libro che si ferma poco prima delle quattrocento pagine…
“È interessante che parli di tasselli, perché alcuni film di Lynch si possono vedere proprio come dei puzzle formati da tessere che è lo spettatore a dover incastrare. Sono come puzzle di cui non ci viene fornita la scatola, l'immagine di riferimento, ed è anche per questo che molto spesso questi tasselli si incastrano in maniera differente da spettatore a spettatore. È stata sicuramente una sfida, ma quando ho messo a fuoco il metodo di lavoro, ho trovato una strada da seguire. Mi sono imposto due regole, principalmente. La prima regola era che non dovevo mai dimenticarmi che questi film non vanno approcciati solo con la testa, non sono solo puzzle da ricostruire, ma vanno approcciati anche con il cuore, perché sono opere che parlano alla pancia, in maniera viscerale, fanno appello all'intuizione, sono costruite proprio in questa maniera. Il fondatore della meditazione trascendentale, Maharishi Mahesh Yogi, diceva che l'arte deriva dall'interazione della mente con il cuore.
Proprio tenendo bene a mente questo ho analizzato le opere di Lynch e raccontato la loro realizzazione, ricordandomi sempre la loro forza risiede tanto nelle profondità dell'impero della mente quanto nell'imprevedibilità di un cuore selvaggio. La seconda regola era che non volevo sovra-interpretare. Essendo opere aperte che coinvolgono attivamente lo spettatore, le opere di Lynch si prestano a tante letture, ma io con il libro volevo fare una cosa un pochino differente. Lynch nasce come pittore, studia belle arti, e nel libro uso questa metafora della tavolozza: sappiamo che i pittori hanno spesso una tavolozza di colori che preferiscono. Ecco, nel libro io cerco di individuare i colori di David Lynch, che possono essere i suoi interessi per la meditazione trascendentale, per “Il libro tibetano dei morti”, per alcuni corti surrealisti che sono andato a rintracciare - che Lynch cita in maniera palese per chi li conosce -, alcuni dipinti di Francis Bacon, Edward Hopper, Magritte, film come “La finestra sul cortile” o “Otto e mezzo”, e tante altre cose che fanno parte del mondo interiore di Lynch, dei suoi interessi, dei suoi studi, delle sue passioni. Ecco, individuando uno a uno questi riferimenti, ho provato a ricostruire la tavolozza di Lynch, i colori che amava mescolare per raccontare le sue storie, che risultano a loro volta estremamente originali, colori per qualche altro creatore. Lynch ha ispirato moltissimi artisti!
Nel corso del lavoro di scrittura ho scoperto tantissime cose che, pur avendo visto innumerevoli volte i film di Lynch, non sapevo. La scrittura per me è anche proprio un modo per conoscere, per indagare, per riflettere sulle opere, fino ad arrivare a capire che alcuni film di Lynch non sono puzzle, ma sono mandala, come per esempio “INLANDE EMPIRE” e “Twin Peaks - Il ritorno”. Mandala che quando finiscono tu li puoi cancellare, non ci sono più - è il destino di tutte le opere audiovisive - ma continuano a esistere nella mente di chi li ha guardati, di chi li ha visti comporre. Quindi sì, è stato difficile ma anche molto stimolante… e c'era il rischio che proseguissi per altre 400 pagine!”
C'è stato un momento che, più degli altri, ti ha gratificato (personalmente) mentre lavoravi al libro?
“Senz'altro quando ho potuto incontrare David Lynch, sia per l'emozione ovviamente di conoscerlo, ma anche perché gli ho potuto fare una domanda che avevo in testa da tanto tempo, e cioè perché fosse così ossessionato, perché amasse così tanto il film “Il Mago di Oz”, che cita spesso nelle sue opere. La sua risposta, apparentemente laconica, per me è stata illuminante, e mi ha confermato e allo stesso tempo indirizzato nelle mie ricerche. La sua risposta è stata questa: "Io non so cos'è che mi attrae de Il Mago di Oz, ma credo che la chiave sia la ricerca della strada per tornare a casa". Queste parole, apparentemente molto semplici, significano una cosa molto precisa per chi conosce l'Advaita Vedanta, che ricordiamolo è la plurisecolare posizione filosofica e spirituale alla base della meditazione trascendentale. Semplificando molto, essa si basa sul principio della sostanziale unità dell'essere: ci sarebbe un substrato metafisico di tutto ciò che esiste, all'origine e alla fine di tutto, la casa da cui tutti siamo partiti e a cui tutti cerchiamo di ritornare. Dice Lynch: "Siamo come scintille della fiamma divina, siamo usciti da questa unità, ci siamo persi, è stato meraviglioso, ci è piaciuto, ma sappiamo che il nostro obiettivo è tornare a casa, alla fine, trovare la strada di casa".
Questo del ritorno è un fil rouge che troviamo in tante opere di Lynch: due che mi vengono in mente subito sono “Una storia vera” e “Twin Peaks - Il ritorno”, che già in questo sottotitolo si prefigura proprio come un nostos, un ritorno a casa intesa come la nostra casa metafisica, per così dire. Questa è una delle chiavi di letture che troverete ne "I segreti di David Lynch", è uno dei segreti di David Lynch che spero di essere riuscito a illuminare. Poi quando l’ho incontrato mi sono fatto firmare da Lynch la maglietta che indossavo, una maglietta con scritto "Directed by David Lynch", e questo quasi vale quasi più di tutto, a livello personale! Un'altra cosa di cui invece sono grato, più che gratificato, è l'aver potuto conoscere grazie a Lynch, per esempio attraverso il mio sito davidlynch.it, e i gruppi facebook che gestisco, "Twin Peaks - Italia" e "Club Silencio - Italia", oppure nelle fiere e nelle presentazioni, tanti altri lynchiani e lynchiane. Poter condividere con loro commenti, interpretazioni, teorie, battute, è stata ed è una miniera. Il rewatch collettivo di “Twin Peaks” durante il Covid, per esempio, in un momento difficile in cui stavamo tutti chiusi in casa, spesso lontani dai nostri affetti, è stato un rituale confortante, un modo per celebrare la bellezza dello stare insieme nonostante la distanza, uniti da qualcosa che parlava a tanti di noi. Lynch fa conoscere belle persone, sia sui social sia dal vivo. Sempre grazie a Lynch ho conosciuto per esempio Simone Stefanini, col quale poi avrei scritto Film pop anni ‘80 e Film pop anni '90, quest’ultimo con la collaborazione di un’altra lynchiana, Eva Cabras. Lynch ci connette, e continua a farlo.”
OPERE IRRINUNCIABILI E COLONNE SONORE MEMORABILI
Qual è l'opera per te più significativa di David Lynch? Se dovessi consigliare a qualcuno quella ideale per introdurlo al suo mondo e al suo modo di fare cinema... E ti concedo l'aggiunta (come quota fissa) di Twin Peaks, ma ci vogliono le giuste motivazioni...
“Uno dei pregi della filmografia di Lynch è che è in continua evoluzione: ogni opera si distingue in qualche modo dalla precedente, la contiene e la illumina da un punto di vista inaspettato. Perciò l'opera più significativa di Lynch per me è proprio questo percorso incredibile, che ti porta a vedere e rivedere i suoi film perché ogni volta si instaura un dialogo nuovo, grazie a ciò che nel frattempo hai appreso (anche dai libri, interviste ecc.) o intuito (dai rewatch che ti fanno fare collegamenti prima impossibili). Esempio di collegamento: la piccola foto della prima esplosione atomica dell'umanità che non puoi non notare appesa su una parete nel primo lungometraggio di Lynch, Eraserhead, e la noti con stupore DOPO aver visto la parte 8 di Twin Peaks - Il Ritorno, in cui quell'esplosione... beh ho già detto troppo, niente spoiler! Per quanto riguarda un'opera da consigliare a chi non ha mai visto Lynch... Beh, ovviamente “Twin Peaks” è un must, ed è il modo in cui l'ho conosciuto io, anche se va considerato il fatto che Lynch non lo ha diretto e scritto tutto da solo e vive di alti (altissimi) ma anche di bassi (nella seconda metà della seconda stagione, durante la quale Lynch si era temporaneamente allontanato).
Per quanto riguarda i film, credo che Mulholland Drive sia ideale per capire se può piacerti il suo cinema, perché comprende sia la sua oscurità sia i suoi lati più “accoglienti” (un mistero che si presenta in una bella forma hollywoodiana, seduttivo, a volte ironico, emozionante), superficie che piano a piano viene incrinata da elementi perturbanti e disturbanti, fino a esplodere in una complessità che “ti fotte il cervello” (mindfuck movie vengono chiamati i film così). Direi che sarebbe ideale passare dalle prime due stagioni di “Twin Peaks” a “Mulholland Drive”, poi recuperare tutti i film in ordine cronologico, e finire con “INLAND EMPIRE” (che va scritto sempre tutto maiuscolo, nel libro cerco di capire perché) e poi con la terza stagione di Twin Peaks, imprevedibile gran finale e summa di tutta la sua arte.”
La musica è una componente fondamentale nelle opere multimediali: serie TV e film sono divenuti iconici anche grazie a colonne sonore all'altezza. Qual era il rapporto di Lynch con questo aspetto della produzione?
“La musica era una componente importantissima per Lynch. Ci sono registi che hanno avuto la fortuna di incontrare compositori affini in grado di completare ed esaltare le opere a cui hanno lavorato. Nel cinema sono nati binomi indissolubili come Federico Fellini e Nino Rita, Alfred Hitchcock e Bernard Hermann, Sergio Leone e Ennio Morricone... Tra questi sodalizi leggendari, trova sicuramente posto quello tra David Lynch e Angelo Badalamenti. I temi di “Twin Peaks” fanno parte dell'immaginario collettivo, ma ogni colonna sonora di Badalamenti è un complemento perfetto dei film di Lynch, anche perché nascono da un fitto dialogo tra i due collaboratori e amici. Bisogna considerare anche altri due aspetti: il sound design e le canzoni. L'aspetto sonoro è una parte tanto decisiva dell'esperienza che Lynch vuole far vivere ai suoi spettatori che spesso è Lynch in prima persona a occuparsene (per esempio in Twin Peaks - Il ritorno, che inizia con la frase sibillina: “Listen to the sounds”, “Ascolta i suoni”). E Lynch sceglie con cura anche le canzoni da inserire nelle sue opere.
Le prime che mi vengono in mente: “Blue Velvet”, che dà il titolo al film, dove sentiamo anche In “Dreams” di Roy Orbison, “Wicked Game” di Chris Isaak (che comparirà come attore in “Fuoco cammina con me”), “Song to the Siren” nella versione dei This Mortal Coil in “Strade Perdute”, che inizia con David Bowie che canta “I'm deranged”, “Llorando” cantata a cappella da Rebekah Del Rio in “Mulholland Drive”, “Sinnerman” di Nina Simone in “INLAND EMPIRE”... Ma l'elenco è lunghissimo. In “Twin Peaks 3” quasi ogni parte finisce con un pezzo suonato alla Roadhouse, dove finiscono per esibirsi i Chromatics, i Nine Inch Nails, Eddie Vedder... e tantissimi altri. Canzoni scelte per come i testi riecheggiavano tematiche e scene della serie, sembravano quasi commentarle come una sorta di coro greco. Per non parlare dei pezzi scritti da Lynch stesso, sia per “Twin Peaks” e i suoi film (quasi sempre parole sue, musica di Badalamenti, da “Mysteries of Love in Velluto blu” a “The Nightingale” cantata da Julee Cruise, compresa la famigerata “Just You” interpretata dal personaggio di James) , sia per album suoi (Crazy Clown Time, The Big Dream...), dove Lynch scriveva musica, testi e cantava con la sua voce peculiare. Scriveva anche per album di altri, come quelli di Chrysta Bell. Una delle mie canzoni preferite del Lynch cantautore sui generis si trova nell'album collettivo Dark Night of the Soul di Danger Mouse e Sparklehorse, coautori del pezzo, e si intitola “Star Eyes (I Can't Catch It)”, una ninna nanna cosmica, dolente e dolcissima. Insomma, per usare una frase iconica di “Twin Peaks”, con Lynch c'è sempre tanta musica nell'aria…”
Quello con David Lynch è per te un rapporto viscerale, quindi lavorare a questo libro è stato un po' anche un viaggio nei ricordi personali. Nel prossimo futuro cosa si prevede, in termini di lavori, per te? Qualche nuova full immersion?
“Ogni libro per me è stato un viaggio nei ricordi. In “Film pop anni '80” per esempio racconto la prima volta che ho visto un film al cinema. Ero con mio papà. E il film era “E.T.” a 4 anni. Sono stato sempre un po' precoce! Ma i ricordi personali mi piace usarli come specchio per suscitare quelli dei lettori. Non stai forse cercando di ricordare qual è il tuo primo film visto al cinema, ora? Per il futuro, ho molte idee, ma ancora non so quale si concretizzerà. Sì sto rimanendo sul vago, come farebbe Lynch a una domanda su un suo prossimo progetto. Ma come lui vi dico: aspettate e vedrete. Spero di avervi a bordo per la prossima tappa del viaggio. Del resto racconto di passioni condivise.”



