Il Senatur, tra mitologia e politica. Le ambizioni e, forse, i rimpianti, dell'uomo della Padania

Il Senatur, tra mitologia e politica. Le ambizioni e, forse, i rimpianti, dell'uomo della Padania

Il Senatur, tra mitologia e politica. Le ambizioni e, forse, i rimpianti, dell'uomo della Padania Photo Credit: ANSA


Umberto Bossi, morto 84 anni, il giorno della festa del papà, lui, che era il padre del progetto politico della Lega, e quello simbolico dei tanti che lo hanno seguito. Un viaggio che ha un prima e un dopo l'11 marzo del 2004

Cantava Battisti sulle note del piano suonato dal figlio, Renzo, e della chitarra della moglie, Manuela, le sue due colonne, fino alla fine dei suoi giorni.

L'EREDITA' DISPERSA

Nel marzo del 2004 fu colpito da un ictus cerebrale, evento che lui chiamava ’sto pasticcio’, e da lì il lento declino, fino al ritiro dalle scene, nelle quali veniva celebrato, ancora in vita, come una figura sacra, non solo dal suo partito, la Lega, ma anche dai suoi alleati. Berlusconi un vero amico e Giorgetti un ragazzo d’oro, che sarebbe dovuto diventare sindaco di Milano. Lo disse nel 2005, in un’intervista al Corriere. Il Senatur stava alla politica come il Minotauro alla mitologia, era il suo spazio, come lo erano la Padania e il dio Po. Dopo il ritiro, le sue sembianze sono state più immaginate che conosciute. La canotta agli eventi istituzionali e il sigaro che viaggiava su e giù tra le dita, mentre arringava il suo popolo. ‘Mai con i fascisti” diceva (forse l’attuale leader Salvini avrà pensato che con i nazisti andava bene), urlava, professando una nuova politica genuina e radicata nella società, tra il popolo, soprattutto quello del nord del Paese. L’ascesa nel ‘94 con Berlusconi, mentre si preparava il terremoto politico di Mani Pulite, che avrebbe chiuso la Prima Repubblica. Poi, la chimera secessionista soffocata dai ‘no’ nel il referendum costituzionale del 2006. E il dialetto lombardo: la cifra stilistica che ha accompagnato il suo percorso di politico del popolo. ‘Taches al tram’, ‘mai mular, tegn dur’ ripeteva, fino a diventarne il suo modulo comunicativo.

IL DECLINO E IL MITO

Dopo l’evento, il Senatúr era il fuoco sotto la brace, l’energia era compressa in un guscio inerme. Il corpo non era il suo, la voce roca si era trasformata in un sussurro, e mentre la sua creatura, la Lega del Nord, cambiava pelle e si allontanava dalla sua visione, lui osservava in silenzio. Aveva un ristrettissimo cerchio magico di cui non facevano parte i nuovi segretari: Maroni, disconosciuto, e Salvini conosciuto poco e chissà se mai apprezzato. Ma Umberto era stato gesti plateali e slogan di raro effetto. Coniò il ‘celodurismo’, che niente aveva a che fare con la volta celeste, ma era un modo per affermare la virilità. ‘La politica, se non hai i soldi, inizi a farla con le scritte sui muri’, diceva, e lui lo aveva fatto davvero con uno degli amici più cari, quel Maroni, che lo mollava sull’autostrada per fare graffiti ante litteram. “Roma ladrona, la Lega non perdona”. E poi, la Padania, uno stato nello stato, libero e indipendente, una chimera e un anacronismo al tempo della globalizzazione. Poi, l’inchiesta del 2011 su finanziamenti illeciti, in cui vennero coinvolti pezzi importanti della sua famiglia. Dunque, arrivato il momento, meglio sparire, restare nei racconti, nei ricordi e nella storia. È entrato nel pantheon della politica prima di entrare nel regno dei cieli. Un anacronismo, una rottura delle regole un’implosione degli schemi che può centrare solo un Minotauro



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