Israele pronto a occupare Gaza per liberare ostaggi, ma cresce il dissenso tra militari e politici

Israele pronto a occupare Gaza per liberare ostaggi, ma cresce il dissenso tra militari e politici

Israele pronto a occupare Gaza per liberare ostaggi, ma cresce il dissenso tra militari e politici Photo Credit: AnsaFoto.it


Il governo Netanyahu prepara un’offensiva su Gaza dopo il fallimento dei negoziati con Hamas. Tra pressioni internazionali e divisioni interne, la situazione resta critica

ISRAELE PRONTO AD OCCUPARE GAZA

Mentre in Israele cresce l’ansia per la sorte degli ostaggi detenuti da Hamas, il dibattito politico si infiamma attorno all’ipotesi di una nuova offensiva militare a Gaza. Le immagini diffuse negli ultimi giorni, che mostrano due giovani prigionieri in condizioni disperate, hanno alimentato l’indignazione pubblica e aumentato la pressione sul governo guidato da Benyamin Netanyahu. Le organizzazioni internazionali, come la Croce Rossa e l’Oms, hanno chiesto il rilascio immediato dei rapiti e il rispetto dei diritti umani, denunciando situazioni “degradanti” e “inumane”. Allo stesso tempo, indiscrezioni provenienti dall’ufficio del primo ministro hanno fatto trapelare che una decisione cruciale sarebbe già stata presa: l’esercito israeliano si prepara a occupare la Striscia di Gaza. Sebbene non sia stato emesso un annuncio ufficiale, la notizia è stata trasmessa dal principale telegiornale serale, lasciando intendere che la fuga di informazioni sia stata autorizzata dai vertici governativi. Secondo queste fonti, l’operazione avrebbe come obiettivo la sconfitta di Hamas e la liberazione degli ostaggi, dopo il fallimento dei negoziati che da settimane non producono risultati.

NETANYAHU CONVINTO AD INTERVENIRE

Il primo ministro, reduce da un colloquio telefonico con Vladimir Putin e forte del sostegno dell’ex presidente americano Donald Trump, sembra convinto che l’azione militare sia ormai l’unica strada percorribile. Washington, dopo l’incontro con l’inviato speciale Steve Witkoff, avrebbe condiviso la valutazione secondo cui Hamas non è interessata a un compromesso e non rilascerà i prigionieri senza condizioni irrealizzabili per Israele. 

LA SPACCATURA NELLO STATO DI ISRAELE

Non tutti, però, all’interno dello Stato ebraico appoggiano questa linea. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha espresso dubbi sulla fattibilità dell’operazione, avvertendo che una conquista totale dell’enclave richiederebbe anni e costi umani altissimi. La risposta dell’entourage di Netanyahu non si è fatta attendere, con toni durissimi: chi non condivide la strategia, è stato detto, può dimettersi. Questo scontro mette in evidenza la frattura tra i vertici politici, favorevoli a un approccio muscolare, e i comandanti militari, più consapevoli delle difficoltà operative e della stanchezza delle truppe, impegnate senza sosta da quasi due anni. Sul fronte interno, la società israeliana appare divisa. Da una parte c’è chi invoca una reazione decisa per salvare gli ostaggi e annientare Hamas; dall’altra, numerosi ex alti funzionari del Mossad, dello Shin Bet e dell’Idf hanno lanciato un appello per fermare la guerra, ritenendo che un’invasione possa peggiorare la situazione e isolare ulteriormente Israele a livello internazionale. Un video diffuso sui social raccoglie le loro testimonianze, mentre una lettera firmata da 600 ex responsabili della sicurezza è stata inviata a Trump per chiedere sostegno a una soluzione diplomatica. La situazione si complica ulteriormente con la crisi istituzionale che coinvolge la procuratrice generale Gali Baharav-Miara. Il governo ha votato la sua rimozione, ma la Corte Suprema ha sospeso la decisione in attesa di pronunciarsi sui ricorsi presentati dall’opposizione e da alcune organizzazioni non governative. Questa vicenda si intreccia con l’inchiesta sulle presunte tangenti provenienti dal Qatar, che ha sfiorato l’entourage del primo ministro, alimentando nuove polemiche.

GLI AIUTI UMANITARI

Parallelamente, Netanyahu ha assicurato agli Stati Uniti che Israele continuerà a permettere l’ingresso di aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza, anche se gestire un flusso costante di convogli alimentari mentre si intensificano le operazioni militari appare come un’impresa difficile. L’amministrazione americana, da parte sua, ha scelto di fare pressione su chi si oppone a Israele, annunciando che verranno negati fondi federali per le catastrofi naturali agli stati e alle città che boicottano le aziende israeliane. Con un clima di tensione crescente, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar si è recato a New York, dove l’Onu terrà una sessione speciale dedicata agli ostaggi. Sul tavolo restano due visioni contrapposte: quella di chi spinge per un’azione militare rapida e risolutiva e quella di chi teme che l’escalation porti a conseguenze imprevedibili. In attesa della decisione finale del gabinetto di sicurezza, Israele e il mondo osservano con apprensione una situazione che potrebbe precipitare da un momento all’altro.


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