Frana di Niscemi, svolta in Procura: 13 indagati tra ex presidenti e vertici regionali

Frana di Niscemi, svolta in Procura: 13 indagati tra ex presidenti e vertici regionali

Frana di Niscemi, svolta in Procura: 13 indagati tra ex presidenti e vertici regionali Photo Credit: ANSA / Orietta Scardino


Inchiesta su disastro colposo: contestati mancati interventi e monitoraggi. Coinvolti Lombardo, Crocetta, Musumeci e Schifani, ascoltati tecnici e dirigenti

Un’indagine complessa, costruita su anni di atti, consulenze e testimonianze, prova ora a fare luce sulle responsabilità legate alla frana che ha colpito Niscemi. La Procura di Gela ha iscritto tredici persone nel registro degli indagati nell’ambito del procedimento per disastro colposo, aprendo una fase decisiva dell’inchiesta su uno dei più gravi episodi di dissesto idrogeologico registrati negli ultimi mesi in Sicilia.

LA CONFERENZA STAMPA DEL PROCURATORE DI GELA

L’annuncio è arrivato nel corso di una conferenza stampa del procuratore capo Salvatore Vella, che ha ricostruito il lavoro svolto dagli inquirenti. In questi mesi la magistratura ha raccolto numerose deposizioni, ascoltando dirigenti pubblici, tecnici, funzionari e altri soggetti coinvolti a vario titolo nella gestione del territorio e nelle opere di prevenzione. Un’attività istruttoria ampia che ha portato alla prima svolta giudiziaria con le tredici iscrizioni.

GLI INDAGATI

Tra i nomi finiti sotto indagine figurano anche i presidenti della Regione Siciliana che si sono succeduti dal 2010 al 2026: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Nel fascicolo compaiono inoltre diversi responsabili della Protezione civile regionale in carica nello stesso arco temporale, compresi ex dirigenti e l’attuale vertice del dipartimento. Coinvolti anche dirigenti degli uffici regionali competenti sul dissesto idrogeologico e il rappresentante dell’associazione temporanea d’imprese incaricata delle opere di mitigazione previste nei primi anni Duemila.

LA QUESTIONE DEGLI INTERVENTI INCOMPIUTI

Secondo quanto illustrato dalla Procura, il nodo centrale dell’inchiesta riguarda il mancato completamento di interventi ritenuti necessari per ridurre il rischio franoso e la successiva assenza di un adeguato sistema di monitoraggio del territorio. Proprio questi strumenti, inizialmente progettati a tutela della popolazione, non sarebbero stati mantenuti in funzione nel tempo. Un elemento considerato particolarmente rilevante dagli investigatori, anche alla luce delle dimensioni del centro abitato di Niscemi, che conta circa 25 mila residenti. Il procuratore Vella ha spiegato che l’indagine è stata suddivisa in tre periodi storici. Il primo prende avvio dalla frana del 12 ottobre 1997 e arriva al 18 maggio 1999, data della firma del contratto d’appalto per la realizzazione delle opere di contenimento individuate da una commissione tecnico-scientifica. In quella fase, ha chiarito la Procura, non emergerebbero al momento contestazioni penali specifiche, poiché furono adottati diversi provvedimenti straordinari e avviati primi interventi emergenziali. Le verifiche si concentrano invece soprattutto sugli anni successivi, quando una parte delle opere previste non sarebbe stata completata o non avrebbe prodotto gli effetti attesi. Risorse significative erano state stanziate: inizialmente circa 23 miliardi di lire, poi convertiti in circa 12 milioni di euro. Fondi destinati alla messa in sicurezza dell’area che oggi tornano al centro delle valutazioni giudiziarie.

IL RAPPORTO ANCE-CRESME

Il dissesto del 2026 ha riacceso il dibattito nazionale sulla fragilità del territorio e sulla prevenzione mancata. Secondo i dati del rapporto Ance-Cresme, nei primi tre mesi dell’anno sono già stati previsti oltre 1,2 miliardi di euro per fronteggiare emergenze legate ad alluvioni e frane nel Centro-Sud Italia, comprese quelle di Niscemi e del Molise, oltre agli effetti del ciclone Harry. Una cifra superiore persino agli stanziamenti inseriti nell’ultima legge di bilancio per l’intero anno. L’inchiesta di Gela punta ora a stabilire se il disastro potesse essere evitato o almeno contenuto attraverso una gestione diversa delle opere pubbliche e dei controlli.


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